LA VESTIZIONE DI SUA EMINENZA IL XII PRELATO DI AMAUROTO

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nota intorno alla lettera di Rodolfo II d'Asburgo inviata a Giuseppe Arcimboldo recentemente ritrovata al castello si Skokloster.

La presente lettera è stata rinvenuta in data 28 luglio 2019, presso il museo del tesoro del castello di Skokloster (Svezia), durante i lavori di restauro dell’opera Ritratto di Rodolfo II d’Asburgo come Vertumnus di Giuseppe Arcimboldo.
A seguito dei riscontri positivi delle indagini condotte sulla carta e sugli inchiostri dai periti grafologi, è stata constatata l’autenticità del documento.
La lettera - trovata nell’interstizio compreso fra la cornice e il retro della tela - risulta essere stata scritta dall'imperatore Rodolfo II d'Asburgo in persona; ne sono inconfutabile prova la firma dello stesso e la calligrafia combaciante con i molti documenti in archivio, oltre ai riferimenti alla documentata relazione con il destinatario e ad altre vicende biografiche riportate all’interno della lettera stessa.
Il documento riporta data verosimile luglio 1591, anno in cui re Rodolfo II condusse due spedizioni nei mari Mediterraneo ed Atlantico sud Orientale per “reclutamento di antichità e curiosità”, con il fine di rifornire la già nota Camera delle meraviglie nel castello di Praga, come dimostrato dai recenti studi del collega professore Pierre Béhar presso l’Institut d'études européennes de l'université de Paris-VIII.
                  Il destinatario risulta essere senza possibilità di equivoco il pittore Giuseppe Arcimboldo, come deducibile anche dalla contemporanea data del ritratto del sovrano (oggetto del restauro), nominata ripetutamente nella lettera.
Il presente documento fa riferimento all’opera catalogata con il titolo di Allegoria delle piume e della quale si era persa traccia fino al settembre 2018, quando il gruppo LAPIS del Politecnico federale di Losanna nel corso della ricerca Locus utopiæ non ne ha rivelato la presenza in una collezione privata svedese. Alla luce del ritrovamento della lettera di Rodolfo II, l'Allegoria delle piume è stata ribattezzata, coerentemente agli eventi narrati che descrivono inequivocabilmente l’opera pittorica in questione, “La vestizione di Sua eminenza il dodicesimo prelato di Amauroto”.
Si tratta questa di un'opera di straordinario interesse, probabilmente l'unica testimonianza figurata di un episodio ancora velato di mistero: la visita che Rodolfo II d'Asburgo fece nel 1591 nella città di Amaruoto in occasione delle due spedizioni navali. L’opera pittorica, realizzata ad olio su tela, è conservata dal 1650 dagli stessi proprietari, non è mai stata fin d'ora esposta al pubblico, riprodotta, oggetto di alcuna analisi o studio. Esposta in uno studiolo al riparo dalla luce e dal nerofumo, non ha subito alcun danno o restauro e si presenta in uno stato eccezionale di conservazione. L'Allegoria delle Piume risulta citata nel catalogo del tesoro dell’imperatore redatto dal fisico di corte Anselmus de Boodt. In seguito al saccheggio durante la Guerra dei trent’anni viene riportata nei regesti della famiglia proprietaria, fino al secolo scorso con attribuzione erronea a Piero di Cosimo, successivamente ad autore ignoto come copia allegorica della più celebre tavola di Urbino. In seguito all'accurata analisi del laboratorio LAPIS dell'EPFL stimolato dalla lettura della parte finale della lettera, è stato rinvenuto nascosto tra gli elementi decorativi della tavola l'anagramma di Philippus Savoniensis, pseudonimo boemo del Fanciotto, successore ligure alla scuola dalmata di Vittore Carpaccio e attivo alla corte di Rodolfo negli ultimi decenni del XVI secolo.
Il dipinto presenta evidenti analogie, dimensionali, compositive, tecniche e geometriche con le antecedenti tavole dette delle "Città ideali", ma si distingue per la presenza solenne di numerosi personaggi abbigliati in maniera eccentrica, di un'architettura dai tratti esotici e per la vigorosa carica narrativa della visione d'insieme.
La conferma che la scena raffigurata sia riferita alla città di Amaruoto è pervenuta dal ritrovamento della lettera di seguito trascritta e tradotta. Dal documento si enuncia in ultimo che il sovrano fece tappa nella isola di Utopia, precedentemente nominata nel solo romanzo con medesimo titolo ad opera di Tommaso Moro e che si credeva di totale invenzione dell’autore. La tavola raffigura con precisione di dettagli un episodio descritto da Tommaso Moro nel 1516, quindi verosimilmente quasi un secolo prima della visita di Rodolfo ad Amaruoto e della commissione del telero al Fanciotto.
La scoperta eccezionale è tuttavia in corso di validazione, pertanto ci si limita a divulgare lo stato degli studi al solo fine di incentivare le ricerche presso la comunità scientifica internazionale.

Losanna, 28 luglio 2019
gruppo di ricerca Locus utopiæ
laboratorio LAPIS - EPFL Losann
a

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Mio stimatissimo amico Giuseppe, artista encomiabile, servitore fedele dell'impero,

termino solo ora di leggere la vostra ultima missiva. Mi compiaccio di sentirvi tanto entusiasta all’idea di poterci finalmente rincontrare: concordo che tre anni siano una parentesi troppo ampia anche per due giramondo come noi.
Permettete anzitutto che mi congratuli con tutto me stesso per i vostri più recenti successi: come senz’altro ricorderete ho sempre creduto fermamente in voi e nulla mi rasserena più del sapervi finalmente realizzato.
A tal proposito, non vi nascondo che bramo più di ogni altra cosa il vedere terminato il mio ritratto, per il quale mi auguro siate stato clemente e abbiate saputo rendere omaggio alle più disparate imprese che hanno così profondamente segnato questo volto.
Da parte mia, sappiate che vi sto scrivendo con grande entusiasmo nonostante il mio recentissimo rientro in capitale, non privo di profonde preoccupazioni causate dalla mia lunga assenza e ancora confuso per questo assurdo viaggio che andrò a raccontarvi qui di seguito.
Vi prego di leggere con la leggerezza e la gentilezza proprie della vostra bella persona quanto andrò descrivendovi, non dimentico di quanti e quali turbamenti affliggevano l’animo mio quando presi il mare tre mesi or sono.
Lasciate ch’io proceda dunque senza indugio ad illustrarvi quella terra che, a ragion veduta, non può che – ed invero deve - trovarsi fuori da codesto mondo.

                  Non appena toccai le sue bionde sponde, avvolte da quell’alone di mistica sacralità, fui subito pervaso da un senso di rinata giovinezza.
Incredulo ed emozionato come un fanciullo alla vigilia di Ostara - fra gli sguardi imbarazzati delle povere anime con cui avevo condiviso la tempesta nei giorni precedenti - mi gettai con impeto non poco stridente, come dimentico di chi fossi o del perché mi trovassi lì, nelle eleganti strade, ansioso di percorrere quegli sconfinati, pregiatissimi dipinti in pietra così magistralmente incorniciati fra le mura delle case.
    Si ergono maestosi i palazzi di Amauroto, eppur senza misurare mai esagerati per altezza o per decoro. Invero non si sviluppano per più di tre piani, talvolta coronandosi con un inaspettato loggiato, quasi a sottolinearne una qualche regale discendenza.
Per un attimo - che, lo confesso, mi parve eterno - ebbi l’impressione che si stagliassero in tutta la loro magnificenza dinanzi a me e per me solo, come a volermi ricordare la futilità del mio tempo, la pochezza del mio essere così fragile, così passeggero.
Rimasi a lungo a godere attonito di quella perfetta sinfonia di marmi, basalto e travertino. Non saprei descrivere con parole umane la grazia con cui il sole vibrava sui sottili vetri, la dolcezza con cui accarezzava un capitello per poi rispettosamente fermarsi sulle soglie e tornare a riverberare per la strada.
                  Fu solo all’imbrunire che mi accorsi di un dettaglio a cui non avevo prestato attenzione, così cullato e distratto com’ero da quella grandiosa risonanza di luce: in tutta la città molte facciate sono per loro natura tremendamente oscure, ma per un qualche artifizio a me tutt’ora sconosciuto, quando toccate dal sole, risultano così incredibilmente luminose che pare brillino di una luce ultraterrena, quasi che un alchimista di terre lontane abbia voluto impastare gli intonaci con una polvere proveniente dalle stelle stesse.
                  Pur consapevole della mia totale marginalità al cospetto di cotanto splendore, riuscii a trovare per un momento la forza di rituffarmi in strada e di sentirmi protagonista, pur invisibile, del quadro che immobile si andava dipingendo ai miei piedi.

                  Danzano le anime per le strade di Amauroto.
Si riversano di casa in casa senza conoscere confine, fluttuando in lunghe vesti di modesta e pur dignitosissima fattura. Sembrano colori ordinatamente disposti su una tavolozza quando, a due a due, gli uomini si aggregano sui lisci lastricati delle vie: terre brune di confine incontrano la tinta cerulea del nautilo imperiale, macinati di mandorla rosa sposano le bacche ocra dell’albero del Tuc. E ancora inchiostro di anemone arborea, biacca, sinopia e pigmenti rosso corallo importati da isole remote.
                  Si separano con un agile cenno, varcano una soglia e si abbandonano a qualche secondo di domestico buio, per poi ricongiungersi in giardino e dare vita a nuove ed esilaranti combinazioni.
Intrecciano sguardi di mutua complicità, si congedano nuovamente con un saluto estremamente composto e poi via, a risonare come note di uno spartito ancora per le strade. E la danza prosegue, perfetta, ogni giorno; come se quell’azione fosse il risultato di secoli di estenuanti prove e di molte evoluzioni. Ma la percezione che si ha nell’assecondare quell’organico flusso di musiche e colori, è che il fallimento non sia mai stato contemplato nelle strade di Amauroto e, meno che mai, su quelli che sono i suoi veri palchi: le piazze.

                  Mai, in vita mia, mi fu dato assistere a uno spettacolo paragonabile a ciò che vidi in piazza Aneirene.
Essa giace al limite del dodicesimo distretto cittadino, in quella porzione del quadrante sud-occidentale la cui geometria venne compromessa per assecondare la deviazione del corso di Anidro, da cui è altresì lambita. Ciononostante, anche a un occhio ben più distratto del mio, risulterebbe oltremodo evidente che fu disegnata con il più assoluto rigore, tale da renderla degna delle più capaci menti al servizio dei Piccolomini o degli Este.
La simmetria dell’impianto è esaltata dai giochi dei marmi della pavimentazione, pur presenti nelle strade, ma che qui trovano pace e compimento nella loro totalità come fiumi giunti alla marina dopo un lungo fluire.
V’è al centro della piazza un tempio, così imponente da incutere timore e suscitare rispetto anche al più ateo fra gli uomini, ed è invero completamente altro rispetto a qualunque edificio religioso di cui io avessi fatto esperienza fino a quel giorno.
Non un simbolo che lo associ a un qualche credo, non una vetrata che lo renda penetrabile ai molti Dèi della luce. Quel che più mi colpì e spaventò fu la smisurata forza con cui soggiogava lo spazio tutto intorno, come se nascondesse al suo interno un qualche orribile segreto. Invero ne ebbi così paura che non mi osai di entrare. Pertanto, di quel che io non vidi, più non parlerò.

                 Sorge sul lato opposto della piazza un alto podio, tutto di una policromia di marmi sì leggeri che pare impossibile svolga da contraltare a quella formidabile massa che mi andavo lasciando così pavidamente alle spalle.
Una doppia scalinata sormontante una coppia di grandi urne - adagiate a loro volta in altrettante nicchie - consente l’ascesa alla struttura, di norma accessibile a chiunque, ma quel giorno interdetta per lo svolgersi dello straordinario evento che ora andrò a illustrare.
Incuriositomi circa la natura di quel divieto, mi decisi ad oltrepassare l’elegante barriera e mi ritrovai, in men che non si dica, con i piedi immersi in una rena così fina da costringermi a togliere i calzari, noncurante di ciò che avrebbero pensato di me gli astanti.
Fortuna che in quel momento era ormeggiata una barcaccia presieduta da un solo giovane che si rivelò tanto gentile da consentirmi di salire a bordo senza oppormi resistenza e senza rivolgermi eccessive domande.
Fu allora che lo vidi.

Su un altare finemente intarsiato si ergeva un uomo con una lunga barba, tanto affaticato da trovarsi costretto a piegare costantemente in avanti il busto, e così sontuosamente agghindato da far invidia alla più esotica delle creazioni - se umana o celeste lascerò che siate voi a stabilirlo.
In piume di pavone era intessuto il suo mantello, così come di pavone era la raggiera al vertice del pomposo copricapo. Da codesta matassa di penne variopinte - giuro, così mirabili da parer sottratte a un angelo di una qualche sacra raffigurazione - si dipanavano due lunghissime penne caudali che, di sicuro, appartenevano a una qualche varietà di uccello non conosciuto alle terre emerse.
L’anziana figura gracchiava ordini confusi - o per lo meno così a me parvero dalla mia posizione- circondata da una folla di riverenti sudditi che, timorosi di soddisfare ogni suo capriccio, si prostravano ai suoi piedi.
Forse sopraffatto dai troppi eventi di quel giorno, non mi ero reso conto che in tutto il dodicesimo distretto - e lì soltanto - uomini, donne e perfino le statue, indossavano buffi cappelli culminanti anch’essi con una penna - si capisce, molto più modesta rispetto a quelle di colui che, sempre dal gentile giovanotto, mi fu finalmente indicato essere niente meno che il prelato del distretto.
Mi parve ridicolo che tanto sfarzo si inserisse senza protesta alcuna nel sobrio ordine che caratterizzava la città tutta e i suoi abitanti, ma mi sembrò altresì saggio tenere le mie irriverenti considerazioni per me e confidarle a voi, in tutta sicurezza, solo in seguito.
                  Sulla destra dell’altare vi era infatti una struttura di eccezionale fattura, anch’essa a pianta ottagonale come lo erano i torrioni situati agli otto angoli del tempio, ma per grazia e tradizione assimilabile piuttosto ad uno di quei pregevoli pozzi in cui capita di imbattersi, quando si visita la costa orientale della penisola italica.
Al suo interno volavano in ogni direzione uccelli d’ogni tipo, scontrando non di rado le ali gli uni contro gli altri e contro le resistenti sbarre, provocando un rumore così sordo e sinistro da soffocare ogn’altro pensiero. Erano nella gabbia, e vi confesso che parevano anch’essi crudelmente intrappolati, nove uomini: sei giovani con l’aria di mercanti - troppo riccamente vestiti per essere Utopiani, anche in quel singolare distretto - e una figura decisamente più attempata che mi fu chiaro, grazie alle molte cicatrici e graffi, fosse da lungo tempo a guardia della voliera.
Il giovane mi rivelò che, lì entro racchiusa, era tutta una spedizione, di cui egli stesso era il timoniere, giunta in visita proprio per rifornir la gabbia di nuove, variopinte specie di uccelli.

Ciò che più mi traumatizzò al punto da convincermi a lasciare quell’isola ben prima del tempo, non intendo dirlo con parole che userei per descrivere una qualunque altra azione umana compiuta in terra, anche la più miserabile.
Dirò soltanto che quanto nel mondo civilizzato viene di norma sottratto agli occhi per non causare turbamenti al cuore, scoprì con rammarico essere lampante e banale verità per chiunque si affacciasse su quella grottesca piazza.
Non saprei dirvi come, fino ad allora, avevo saputo ignorare quel suono.
Non dimenticherò mai quel grido. Quello sgraziato, penetrante lamento che contagia ogni strada, abbatte la più massiccia delle porte e si insidia, senza invito alcuno, nella più remota stanza della mente.
È un dolore che riecheggia nell’anima senza conoscere stanchezza e che credevo appartenere a quel mondo di angosce e tormenti che mi ero lasciato così faticosamente alle spalle.
Mai mi sarei aspettato di assistere a un simile scempio sulle sponde dell’Anidro, mai nella terra che, sola al mondo, mi era stata descritta come investita di divina perfezione.
                  Ebbene, quel che vidi e che tanto ho tardato ad annunciare, ahimè non ho il coraggio di metterlo infine per iscritto. Vi prego di non volermene: come oramai saprete non sono mai stato un temerario e tali rivelazioni temo potrebbero costarmi la già precaria salute.
D’altronde, che ne sarebbe di me se si sapesse che sono l’unico ad avere mai fatto ritorno da Utopia?
                  Mi sono dunque riservato di fare illustrare su tela tutti questi miei ricordi, pur con licenza di imbellettarli a piacere, da un tale che - dietro pagamento di un’assai ingente somma di denaro, ben più alta di quanto mi costerà il vostro ritratto - ha giurato di osservare il silenzio e di non rivendicare mai la paternità dell’opera, a costo della sua stessa vita.
Non ne siate geloso, sapete quanto avrei avuto piacere di commissionarla a voi, ma come capirete temevo che l’indicibile oggetto della rappresentazione avrebbe, un domani, potuto compromettere la vostra carriera, cosa per cui mai potrei darmi pace.
Con po’ di fortuna la vedrete esposta presto nel mio gabinetto delle curiosità che, giunto alla fine di questo mio ultimo, estenuante viaggio, termino con essa di arredare.
                 
Vi prego di farmi visita quanto prima e constatare con i vostri occhi quale menzogna si nasconda dietro quella presunta patina di perfezione.
                  Avrei un’ultima richiesta da farvi: date alle fiamme questa mia missiva senza esitazione.

Con immutabile affetto,
etiam atque etiam vale.

Sempre vostro,
Rodolfo II d'Asburgo